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Le favole - dla tych co chcą wzbogacać słownictwo;)



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Treść: Re Mattia e il pastore che non mentiva mai
traduzione di: Ágnes Preszler
* * *
Il re di un paese vicino andò in visita dal re Mattia. Si salutarono come vecchi amici.
L'altro re disse a Mattia:
- Ho sentito che hai una pecora dalla pelliccia d'oro.
- È vero - disse Mattia - Tra le mie pecore ce n'è una dalla pelliccia d'oro, e il pastore non ha mai detto una bugia.
Disse l'altro re:
- Beh, vedrai che la bugia la dirà.
- Non è possibile - insistette Mattia, - lui proprio non mente mai.
- Invece te lo dimostrerò, perché gli metterò una trappola, che lo farà mentire per forza.
- Ed io scommetto metà del mio paese, che non mentirà.
- Ci sto anch'io - disse il re straniero.
Ebbene, si misero d'accordo. L'altro re se ne andò nella sua reggia, dove si travestì e andò a trovare il pastore in questione.
Lo salutò e il pastore gli rispose:
- Benvenuto, maestà!
- Ma come fai a riconoscermi vestito così?
- Si riconosce dalla parola un re - rispose il pastore.
- Dammi la pecora dalla pelliccia d'oro; in cambio ti darò molti soldi e sei cavalli con carrozza.
- Non posso proprio - rispose il pastore - re Mattia mi impiccherebbe per questo.
Il re insisteva e prometteva ancora più soldi, ma niente da fare, il pastore non cedeva.
Allora il re, triste triste, tornò a casa sua, dove lo aspettava sua figlia. La ragazza gli disse:
- Non ti preoccupare,non ti preoccupare, padre, ci vado io da quel pastore con tante monete d'oro, che lo convincerò di sicuro!
Infatti, andò dal pastore con un piccolo baule pieno d'oro e con una bottiglia di vino, ma egli le disse che non gli servivano i soldi. D'altra parte re Mattia sicuramente lo avrebbe impiccato se avesse saputo della scomparsa della pecora. Ma la ragazza insistette e gli fece bere del vino che, però, prima doveva assaggiare lei stessa per provare che non c'era né veleno, né sonnifero. Il vino fece un tale effetto che il pastore acconsentì a dare la pecora alla ragazza, solo lo avesse sposato subito. La ragazza si faceva pregare, ma alla fine cedette. Allora disse al pastore:
- Scanna la pecora e mangia la carne: mi serve solo la sua pelliccia. Così fu. La ragazza portò a casa la pelliccia tutta contenta. Il padre era molto soddisfatto.
Venne la mattina, il pastore era molto triste e non sapeva come dire al re che la pecora era persa. Mentre andava verso il castello, si fermò, ficcò il suo bastone in una buca nella terra e gli mise sopra il suo cappello. Fece finta che il bastone fosse il re. Lo salutò, come se fosse il re, e chiese :
- Che novità c'è nella fattoria?
- La novità è che il lupo ha mangiato la pecora dalla pelliccia d'oro.
- Bugia! Il lupo avrebbe mangiato anche le altre pecore!
Allora altre pecore!
Allora il pastore prese il bastone e continuò il suo cammino. Trovò un'altra buca, le infilò di nuovo il bastone con sopra il cappello. Lo salutò di nuovo come se fosse il re. - Che novità c'è nella fattoria?
- È che la pecora dalla pelliccia d'oro è caduta nel pozzo.
- Bugia! Perché sarebbe caduta proprio essa?
Di nuovo prese il bastone e il cappello e continuò la strada verso il castello. Trovata un'altra buca, le mise di nuovo il bastone con sopra il cappello. Lo salutò come se fosse il re.
- Che novità c'è nella fattoria?
- Hanno rubato la pecora dalla pelliccia d'oro.
- Bugia! Avrebbero portato via anche le altre!
Prese il bastone e andò al castello. Là, alla tavola di re Mattia, c'era anche l'altro re e sua figlia. Mattia già conosceva la storia, ed era curioso di sapere cosa avrebbe detto il pastore. Perché, se avesse mentito, Mattia avrebbe perso metà delle sue terre.
- Che novità c'è nella fattoria? - chiese Mattia.
- Solamente che ho cambiato la pecora dalla pelliccia d'oro con una bella pecora nera.
Come era contento Mattia!
- E portala qua, quella pecora! - Sta là seduta proprio tra voi - rispose il pastore.
- Evviva - disse il re al pastore, - non hai mentito! Perciò ti darò le terre che ho vinto con la scommessa.
- Beh, io ti do la mia figlia, tanto vi amate - disse l'altro re.
Così il pastore Così il pastore divenne re.
Re Mattia e il vecchio contadino
traduzione di: Ágnes Preszler
* * *
Una volta re Mattia, mentre girava il paese per vedere come viveva la povera gente, incontrò un vecchio contadino. Con il re c'era anche la sua corte: tutti signori potenti. Il re salutò il vecchio:
- Onore a te, o vecchio!
- Grazie a mia moglie.
- Quanti soldi guadagni?
- Sei soldi, maestà.
- E di quanto vivi?
- Di due.
- E che ci fai con gli altri quattro?
- Li butto via.
Il re continua ad interrogare:
- E quanti sono trentadue?
- Oramai solo dodici.
- E il capro riesci a mungerlo?
- Altroché, maestà!
- Va bene, vecchio, - disse il re, - Dio ti benedica; il significato della nostra conversazione non devi rivelarlo a nessuno, finché non vedi di nuovo la mia faccia.
E, continuando il suo cammino, si rivolse poi alla sua corte:
- Allora, signori, a chi darà la spiegazione della mia conversazione col vecchio, regalerò un vasto appezzamento di terra.
I signori volevano indovinare il significato, ma per quanto ci provassero, non ci riuscirono.
Così sono tornati dal vecchio, e cominciarono ad interrogarlo. Ma lui disse:
- Non avete sentito che il re ha detto che non posso dire niente, finché non lo rivedo?
Ma loro insistevano e, per convincerlo, promettevano di pagargli bene l'informazione.
- Va bene,- disse il vecchio - datemi 10 monete d'oro.
- Allora, perché hai risposto al saluto con "grazie a mia moglie"?
- Significa, che mia moglie lava i miei vestiti, e vestiti puliti significano vestiti puliti significano onore.
- Vero, - dissero i signori, - ma perché butti via i soldi?
- Ve lo dico per 10 monete d'oro.
Dopo che gli diedero i soldi, rispose: - Perché con due vivo io, quattro le do a mio figlio, che come se li buttassi via.
- E trentadue, come mai sono dodici?
- Ve lo dico per 10 monete d'oro.
E gli diedero altri 10 pezzi d'oro.
- Perché da giovane avevo trentadue denti, mentre ora solo dodici.
- Ma guarda, non ci abbiamo proprio pensato - dissero i signori. - Ma allora il capro come fai a mungerlo?
- Ve lo dico per 10 monete d'oro.
Ottenuti anche questi, disse:
- Nello stesso modo come ho munto i soldi a voi.
Si vergognarono i signori e indispettiti dissero al vecchio:
- Aspetta, che ora diciamo al re, che hai raccontato tutto, senza averlo rivisto!
- Come non l'ho visto? Eccolo qua, su tutti questi pezzi d'oro c'è la sua effige. Perché lui intendeva proprio così, che non dovevo dirvi nulla, finché non mi avevate pagato bene.
Allora i signori non sapevano proprio che dire, così lasciarono il vecchio e andarono a raggiungere il re.
Massimiliano Badiali
La leggenda di San Simone
Si tramanda che in Borgo San Sepolcro nacque un bambino. Il suo nome era Piero.
Non giocava con gli altri coetanei, ma passava il suo tempo dentro la grande chiesa di San Francesco. E là andava ad osservare il volto dolce della Madre, quello sguardo meditativo ed austero, quella luce dorata dell'aureola che la circondava. Passava tantissime ore muto e genuflesso.
Un giorno, vistolo spesso Stefano di Giovanni, gli si avvicinò. Era costui un vecchio e canuto pittore, dall'arte astratta e bizantina. E chiese al giovane bambino come quella Madonna gli apparisse.
E Piero rispose: "La Madre è nostra Padrona e Signora". E tacque.
Lo sai disse Stefano di Giovanni chi sono: "son'io il Sassetta, colui che dipinse il Polittico, dove Maria Madre di Dio preghi e vedi".
Piero in silenzio uscì e osservò l'immensa luce del cielo. Ogni giorno errava, dopo le assorte preghiere genuflesso, a respirare il sole. Sentiva di odorare quei calorosi raggi. Lo riscaldava quell'odore di bosco.
In quella natura sentiva l'esistenza di Dio. E sotto quei corpi sentiva respirare un anima, che la materia opprimeva.
Piero quel giorno sentiva dentro di sé una colpa: non capiva perché egli sentisse l'esistenza di Dio e della Madre, più nell'errare muto delle sue passeggiate e nell'osservare il miracolo della vita di madre natura, che davanti a quel volto austero della Madre in S. Madre in S. Francesco.
Sentiva di essere un peccatore ed iniziò a pregare, piangendo.
Maria, vistolo piangere, inviò San Simone.
"Piero di Benedetto dei Franceschi - gli disse San Simone -, è volontà di Maria, che tu diventi pittore. La ritrarrai in vesti di madre dell'umanità e della natura. Ritrarrai la luce della Grazia e l'ombra del peccato. La tua arte sarà per volontà divina solida e ferma di forza e di intimo. Il tuo culto sacrale sarà il Gran Mistero divino: e tu renderai carne la pietra con devozione serena.
Avrai le stigmate di Dio. Te benedico in nomine patris, filii et spiritus sancti. Tornerò da te, un'altra volta secondo la volontà dell'Altissima".
Da quel giorno Piero, con quieta grandezza dipinse quell'universo rustico e paesano con le sue mani, stigmate di una serenità immutabile e perfetta, quella di Dio.
Un giorno Piero, da Arezzo, dove aveva terminato Il ciclo della croce, tornava a Borgo San Sepolcro, dopo aver saputo della morte della propria madre.
Tornava piangente di dolore filiale ed avvolto di mestizia profonda.
Pensava al dolce volto della madre e al suo rugoso sereno di persona anziana innanzi alla morte, piena di umana pietà e di fede. Ricordava le età passate con lei condivise, quando San Simone gli apparve, con un'immensa schiera di angeli e gli disse:
"Piero, Maria Altissima vuole che tu dia al mondo di lei un volto di madre.
Incarna nella pietra il volto pietra il volto della madre tua e dalle il nome di Madonna.
Di quest'immagine le tue mani saranno il mezzo, tramite cui la vera immagine della Madonna madre all'umanità si presenti.
Dipingi Maria in un luogo semplice, come è il suo amore verso l'umani figli.
E la dipingerai in Monterchi, semplice borgo d'altera dignità per la sua grandezza semplice. La divinità preferisce il silenzio delle preghiere, alle chiassose umane gesta. La dipingerai in La Cappella del Cimitero, per ricordare agli uomini il dono dell'immortalità, concesso loro. Dipingi la Vergine di Speranza, simbolo di vita, Madre degli uomini tutti.
Maria Madre, gravida illibata di Gesù Cristo, Dio nostro, proteggerà tutte le gestanti e i loro parti. Il Suo parto ha dato la salvezza al mondo. Te benedico per saecula saeculorum".
Non profuse altra parola e se ne andò.
Piero dipinse la Madre di Dio, chiamandola Madonna del Parto, pensando alle parole di San Simone.
E dipinse ancora, ma lontano dai luoghi rumorosi, nelle valli o nelle pendici, dove lo Spirito Divino poteva respirare di purezza, lontano dalle strida e dagli umani lussi.
Badiali Massimiliano
La metamorfosi
Massimiliano Badiali
C'era una volta, in un tempo a noi remoto, in una piccola città romana di nome Arretium, una coppia di schiavi, che del loro vincolo coniugale vissero insieme solo qualche giorno.
Adaucus, di carnagione scura, di robusto corpo, aveva un volto sereno e dolce, uno spirito libero, che sognava al di là di quelle maledette catene, che erano poste sul suo corpo. Temerario e dignitoso non aveva perso neppure per un attimo il coraggio e prometeico continuava il suo quotidiano lavoro di animale da soma.
La moglie Mellita era ancora una fanciulla, di circa venticinque anni consunti: le si leggevano sul volto e sulle membra i segni della fatica del lavoro.
Mellita aveva pianto per anni ed anni. La donna che portava l'acqua dalla lontana fonte del fiume Arno, ogni giorno con somari ed asini carichi, partiva e tornava alla sera appesantita dal peso delle brocche. Un giorno mentre si stavano avvicinando alla madre il proprio figlio fu trucidato, perché lei stava ritardando per andare a prendere l'acqua.
Tre anni dopo Mellita partorì una bambina bellissima. Il suo nome fu quello di Aretia. Era dai capelli riccioli e neri, dagli occhi grandi, ma silenziosi.
Mellita ebbe con lei una dolcezza severa: come la povera schiava aveva imparato che la schiavitù non le permetteva di essere dolce.
Aretia crebbe forte e vitale. Questa solitudine austera creò in lei una forza profonda e sensibile. . Impavida, ma dolcissima Aretia passò i suoi primi anni a lavorare nei campi ed ad accudire agli animali.
Un pomeriggio durante il meriggio, Aretia, alla tenera età di cinque anni, trovò nella cella, dove da sola era rinchiusa, dopo il lavoro di giorno, una crepa, da cui i suoi occhi indomiti osservarono intrepidi la luce. Per la prima volta, al di là di quella crepa, poté respirare la libertà. Fu così che il suo spirito temerario vi si aprì le porte alla vita. Ogni sera la nostra Aretia divenne libera e vide il cielo, la natura, la luna e poté respirarne la libertà.
La madre non la vedeva che poche volte al mese, in un incontro, per qualche minuto. Non si parlavano, ma si sorridevano con dolore, con amore. Adaucus non era più alla casa del patrizio°°°, ma lavorava in Arretium.
Dopo vari tentativi, finalmente una notte, Aretia trovò il padre in una zona distante dal Foro romano.
I centurioni, che circondavano gli schiavi l'un l'altro incatenati, dormivano sotto le morbide labbra di Bacco.
Con passi silenziosi lo vide e il suo cuore iniziò a palpitare di forti battiti.
Non ricordava bene quel volto... riconobbe il suo sguardo. Adaucus pianse lacrime di gioia e di dolore, ma implorò Aretia di correre via per non essere scoperta.
"Padre, ingiusto giove - implorò- che non concedi a noi schiavi di essere uomini, proteggi Aretia nel difficile cammino verso le sue catene". Giorni dopo, una sera, Aretia cercò il padre nello stesso luogo, ma non trovatolo seguì il discendente corso degli schiavi, nascosta: essi dal Foro scendevano nel basso d'Arretium.
Nascosta e protetta dalla notte, poiché Selene commossa si richiuse come un bocciolo non propagando più luce, Aretia giunse davanti ad una vastissima costruzione e si nascose dentro un grande cespuglio. L'immensa costruzione era illuminata da torce.
Ella guardava attraverso l'ampio fuoco, cercando Adaucus. I suoi occhi increduli vedevano una struttura enorme, abbozzi di volte e immense lastre arenarie di pietra.
Aretia non vedeva il padre. Scrutava intorno ed infine lo intravide sulla piattaforma sopraelevata, nel Podium. Da una posizione così alta il padre gli parve un eroe.
Con gli altri schiavi trasportava blocchi di travertino, per ultimare nell'Anfiteatro le scale d'accesso al Podium.
Mentre, sudato e sporco, sognava abbracci e baci, con lo sguardo rivolto verso la figlia quasi che la vedesse, la sua vita fu per sempre spezzata dalla caduta di uno di quei blocchi.
Aretia voleva urlare, ma tacque. Tacque per sempre.
I centurioni, ordinato il recupero del blocco di travertino, lasciarono lì il corpo esanime di Adaucus. Sangue e brandelli. Queste furono le immagini del muto viaggio di Aretia, durante il ritorno.
Il giorno dopo Aretia disse a sua madre, scortala in procinto di andare a prendere l'acqua: "Madre, ascoltate Adaucus, marito vostro ieri morì sotto un blocco di travertino".
E queste furono le sue ultime sillabe. Mellita urlò straziata e pianse. Aretia rimase impassibile. Non profuse sussurro né singhiozzo. Muta restò e per sempre ad ogni lamento o domanda della madre.
Due anni dopo, Mellita, mentre andava al Foro, di ritorno dal fiume, a consegnare dell'acqua morì stremata.
Aretia, sognato l'accaduto, trovò il corpo la sera tarda, lo raccolse e in un posto isolato di abbracci e baci riempì l'amata madre. Non profuse lacrime né lamenti.
Seppellì le amate spoglie della madre nella terra fresca.
Una notte, consunta dal dolore e dal desiderio di riabbracciare gli amati genitori, così Aretia pregò: "Selene, ascolta la mia preghiera, congiungimi per sempre al corpo del padre e della madre mia".
Selene pianse e commossa svegliò l'Olimpo.
Giove impietosito colmò d'ambrosia quel piccolo corpo di Aretia. I suoi piedi s'inchiodarono al suolo, mettendo radici, le chiome ricce divennero foglie. Le fini gambe di Aretia divennero enormi radici, come esempio di quell'amore così grande che visse in silenzio e fino al martirio.
Il corpo di Aretia divenne tutto un albero reclino1, che fece ombra al corpo amato della madre. Il corpo del padre fu da Selene traslato qui.
Il vecchio Foro è stato sostituito da una bella fortezza.
E' proprio qui che ancora oggi il solitario viandante spesso di notte sente fruscii che assomigliano a parole umane. E quando osserva l'albero e il suo riccio fogliame di natura arborea vivente, sente le dolci e frondose parole che Aretia sussura.
Ed è questo il simbolo di quell'amore che nessuna catena ha potuto spezzare, dell'amore di Aretia, Mellita ed Adaucus.
---------------------------------------------------------------------------------------------------[1] Salendo verso l'entrata della Fortezza Medicea di Arezzo, sulla parte sinistra, possiamo notare il tronco reclino di quest'albero secolare, che mi ha fornito l'ispirazione della fiaba
Brezza
BIAGIO E LE CICALE CANTERINE
C'era una volta, in un paese chiamato Buonriposo, un re, di nome Beatosonno, che dormiva soltanto se cantavano le cicale. E infatti d'estate, quando le cicale riempivano di musica il regno, il re faceva lunghe dormite sotto gli alberi del parco della sua reggia o nel primo posto che gli capitava.
Ma, finita l'estate, le cicale non cantavano più e con l'autunno cominciavano i problemi perché il re, che non riusciva più a chiudere occhio, se la prendeva con i sudditi, i quali, poveracci, di quella storia non ne potevano proprio più.
Per fortuna un buonuomo di nome Biagio si offrì di procurare al re le cicale necessarie a conciliargli il sonno e il re gli promise che, se ci fosse riuscito, l'avrebbe ricoperto di oro e di regali. Così Biagio partì verso la foresta degli alberi sempreverdi, dove l'estate non finisce mai. Con sé portava solo una rete sottile e delicata, perché le cicale sono animali piccoli e delicati.
Cammina cammina, Biagio pensava che con la ricompensa promessagli dal re avrebbe potuto comprare un bel regalo per la moglie e un paio di scarpe per il suo bimbo, che ora andava scalzo e si pungeva i piedi con le spine dei rovi. Era tanto preso dai suoi pensieri che non si accorse di un formicaio, dove mise un piede. Le formiche rosse si aggrapparono alla sua scarpa e cominciarono a rosicchiare. Quando ebbero mangiato metà scarpa addentarono il piede del povero Biagio.
- Ahi ahi ahi - si lamentò - chi mi mangia il piede?
Si accorse solo allora che mezza scarpa era stata mangiata dalle formiche rosse, che ora gli mordevano il piede, e saltò prontamente dentro una pozzanghera. Le formiche mollarono scarpa e piede e, per non affogare, nuotarono velocemente fuori dall'acqua.
Biagio continuò per la sua strada e giunse a un campo coltivato a melanzane.
Aveva fame e, senza perdere tempo, ne raccolse e addentò una. Qualcosa lo colpì in testa.
Ahi ahi ahi, pensò, il padrone dell'orto mi bastona perché ho preso un frutto senza chiederlo. Si guardò indietro per domandare perdono, ma non vide nessuno.
Urtò però contro i rami di un albero carico di pere e capì che, una di queste, cadendo dall'albero, l'aveva colpito proprio in mezzo alla zucca. Sollevò la testa per ringraziare il cielo per la fortuna e, proprio in quel momento, un'altra pera si staccò dall'albero e gli finì dritta in bocca.
- Ah, proprio buona - disse Biagio, ormai rassicurato che non ci fosse il padrone dell'orto.
Riprese il cammino verso la foresta degli alberi sempreverdi e finì di mangiare la pera proprio mentre entrava in un orto di meloni. Era la prima volta che li vedeva.
Che strane cose gialle e verdi, pensò. Devono essere uova. Ne prendo una e la porto al mio bimbo. Sono sicuro che da quest'uovo nascerà un pollo più grande di un'aquila e di un bue, e tutti mi invidieranno.
Con il melone in una mano e la rete nell'altra, Biagio arrivò al fiume, che bisognava superare per arrivare alla foresta. Le grandi piogge avevano però trascinato via il ponte e quindi bisognava attraversare il fiume a nuoto. Biagio però non sapeva nuotare.
Vide un ippopotamo immergersi nell'acqua e, senza pensarci sopra, gli salì in groppa pensando che l'avrebbe portato all'altra riva. Ma l'ippopotamo, arrivato in mezzo al fiume, si fermò e si mise a dormire.
- Svegliati, stupido - gli disse Biagio, ma l'ippopotamo non si mosse. - Oh, santo cielo protettore dei cacciatori di cicale - pregò Biagio - aiutami tu ad arrivare a riva.
Così si buttò in acqua ma, non sapendo nuotare, camminò sul letto del fiume a occhi chiusi e si ritrovò nel punto da cui era partito. Disperato per l'accaduto e tuttavia desideroso di mantenere fede agli impegni presi con il re, Biagio decise di risalire il fiume fino alla sorgente, scendendo poi dall'altra riva.
Il tempo passava, e Biagio sentì fame. Nel fiume c'erano grossi pesci e, con la rete, ne pescò uno. Ne prenderò un secondo, si disse Biagio, poi riprenderò la mia strada. Ma alle spalle di Biagio apparve un orso grande e grosso. Agli orsi, si sa, piacciono i pesci, e il bestione si avvicinò. Biagio indietreggiò per lo spavento e si ritrovò in mezzo al fiume, trascinato dalla corrente. A un certo punto sbatté contro un ostacolo.
Devo essere giunto a riva, pensò. Invece aveva urtato contro l'ippopotamo che, al colpo, si era svegliato. Il bestione gli ruggì come fosse un leone e Biagio, senza saperlo, si ritrovò fuori dal fiume, sulla riva dove da un pezzo cercava di arrivare.
- Finalmente - esclamò, e in un attimo dimenticò tutte le sue disavventure.
Camminò spedito, con la rete e il melone, e in breve arrivò alla meta, alla foresta degli alberi sempreverdi. L'aria era tiepida, gli uccellini cantavano e dai rami degli alberi pendevano fiori e frutti. Le cicale cantavano e il loro coro risuonava per l'intera foresta.
Biagio, in pochi istanti, ne riempì la rete e la portò al re, il quale ne fu felice e gli fece grossi regali, che Biagio portò alla moglie. Cammin facendo, comprò anche le scarpe per il suo bimbo.
Il re Beatosonno si addormentò subito, dormì per molte ore e si svegliò senza il solito mal di testa. Però... però le cicale non cantavano più. Il re ordinò alle guardie di portargli subito Biagio.
- Le cicale non cantano - gli disse. - Che storia è questa?
Biagio guardò le cicale e si meravigliò di quel che vide: erano tutte schierate in fila, dinanzi a una cicala più grossa, che doveva essere il loro comandante.
- Forse hanno fame - suggerì.
Il re fece portare carne e pesce arrosto, frutta e insalata, ma le cicale non vollero neanche sentirne l'odore. La cicala più grande guardò con sdegno il re e mormorò qualcosa. Biagio non conosceva la lingua delle cicale, ma riuscì a capire.
- Il re delle cicale - spiegò al re Beatosonno - chiede la libertà per sé e per i propri sudditi. Dice che quando uno è prigioniero è triste e per questo motivo non è in grado di cantare.
- Digli che non posso - rispose il re - altrimenti, per mancanza di sonno, io morirò.
Allora le cicale cantarono in coro, ma il loro verso fu così acuto che sembrò un grido di aiuto. Un istante dopo due aquile grandi come due mucche entrarono dalla finestra. Una sollevò la rete delle cicale, l'altra il re, e volarono, volarono sopra le nuvole, verso la foresta degli alberi sempreverdi. Il re e le cicale furono posati per terra, e le cicale, liberate, ripresero a cantare.
- Ah, che beatitudine - esclamò il re finalmente felice - questa sì che è vita!
Il re Beatosonno decise di vivere per sempre in quella foresta e i suoi sudditi, quando lo seppero, apprezzarono molto quella decisione e, per evitare che al loro re venisse la voglia di tornare, gli portarono ogni giorno carne e pesce arrosto e insalata già condita.
Da allora il re visse felice e contento. E anche i suoi sudditi riuscirono ad avere sonni
Favola di marzo
di Rosanna Bonafede
Favola di marzo
storia speciale
esci dal foglio
fatti raccontare...
C'era una volta in un paese non troppo lontano, una principessa che era davvero bella
e aveva lunghi capelli color del grano maturo.
Si chiamava VANESSA ma tutti la chiamavano PRINCIPESSA PETROSA
perché non rideva e non piangeva mai.
Si diceva che al posto del cuore avesse una pietra, il che non era affatto vero.
La ragazza però era vittima di un brutto incantesimo che le era stato scagliato da
un mago nemico del re, suo padre, colpevole di avere smascherato certi imbrogli magici
davanti a tutto il reame.
Cosí il cuore della principessa batteva e palpitava regolarmente, ma sotto una spessa
coperta di strati pesanti dentro alla quale l'aveva rinchiuso il mago suddetto
condannandola a una vita fatta di solitudine e ore vuote.
E la maledizione di vivere senza emozioni l'avrebbe accompagnata fino a quando
qualcono non le avesse regalato un seme di speranza, un germoglio di ottimismo.
Senza sorrisi e senza pianti, la vita della principessa scorreva così, lenta e
monotona, tant'è che quando raggiunse l'età giusta per fidanzarsi, il re cominciò a
preoccuparsi per questa figlia bellissima, ma particolare.
Avrebbe trovato un principe azzurro una principessa così grigia?
Cuore di pietra
pietra di cuore
è arido vivere
senza l'amore......
Al re sarebbe andato bene anche un principe celeste chiaro, blu scuro, e perfino
nero, purché se la sposasse.
Ma nessuno dei pretendetni era mai stato capace di smuovere la nobile figliola dal
torpore in cui sembrava immersa.
Il re allora bandì un bando in cui faceva sapere che c'era una principessa bella e
ricca ma infelice che bisognava riuscire a conquistare.
L'impresa era ardua, ma il mondo pieno di nobili cuori e chissà, qualcuno prima o poi
sarebbe riuscito nell'intento!
In quei giorni la ragazza se ne stava per ore e ore nel grande terreno incolto che
circondava il castello.
Lì seduta, guardava fisso davanti a sè un orizzonte fatto di terra arida, pieno di
dure zolle che il sole aveva riarso e succhiato con le grandi cannucce dei suoi lunghi
raggi.
Arrivarono per un colloquio parecchi principi e nobili cavalieri, sperando di
smuoverla, commuoverla e ottenerla in sposa.
Ma la principessa non si muoveva di lì.
Color di principe
tinta regale
galoppa nel mondo
col tuo manto fatale....
Giunse un PRINCIPE BIANCO con il mantello candido senza macchia perfino
senza paura.
Costui le portò in dono un anello prezioso con un diamante sfaccettato che aveva le
straordinarie forme della vetta del monte Bianco.
Ma VANESSA non degnò nè lui nè il prezioso monile di uno sguardo e continuò
assorta a guardare davanti a sè.
Dal suo castello di corallo arrivò il PRINCIPE ROSSO, quello che ammazzava a più
non posso, quello che si lavava le mani con il sangue dei nemici e i piedi con quello
degli amici.
Costui venne preceduto dalla sua fama con il nobile regalo, un mantello rosso che
più rosso non si può, tessuto con petali di papaveri e pelle di fragola.
Il principe lo stese ai piedi della principessa ma lei non lo considerò e così il vento se
lo portò via con le sue invisibili mani rapaci.
Da una contrada abbastanza vicina, sopraggiunse il BARONE DI CUORI che però non riuscì a fare breccia in quello della PRINCIPESSA PETROSA.
Narrano che restasse tanto male per l'insuccesso subito, che quando se ne andò aveva
il cuore crepato, tant'è che da allora la sua non lontana contrada prese il nome di
Crevalcore.
Poi fu la volta del PRINCIPE GIALLO con l'aureola dorata e subito dopo giunse
il CONTE VIOLA con la sua larga scia profumata, ma nessuno di loro attirò
l'attenzione della bella principessa.
Principe verde
non troppo lontano
portale un dono
che non sia vano.....
C'era lì vicino al castello, la povera casa di un vecchio contadino che aveva un figlio
capace di seminare come nessun altro nel contado e che conosceva le radici, i tronchi
e i segreti di tutte le piante e il numero dei petali di tutti i fiori.
Costui, tutto vestito di verde, lavorava ogni giono nei campi e seguiva con occhi e
cuore curiosi il miracolo dei semi che si rinnovano.
Guardando all'orizzonte, là finiva il terreno incolto del castello e cominciava
quello coltivato, la PRINCIPESSA PETROSA si accorse un giorno di quel puntino
verde che si muoveva.
Pensò fosse un altro principe in arrivo.
In realtà, il figlio del contadino stava come al solito seminando e lo faceva con tanto
ardore che zolla su zolla arrivò al confine del campo.
Vide la bella ragazza bionda, le si avvicinò e notò lo sguardo triste, gli occhi persi.
- Poverina, - pensò - che terreno brullo ha intorno a sè. Domani le porterò un po' di
semi!
E all'indomani eccoli di nuovo lì, lei rigidamente seduta e persa nel suo nulla, lui
sempre verdevestito con in mano un povero sacchetto di tela.
Dentro a questo sacchetto c'erano i semi dei fiori più belli dei campi e anche quelli
raccolti nei giardini: margherite, primule, viole, ginestre e fiordalisi, papaveri e
narcisi, gladioli, giunchiglie e rose, gigli, orchidee e tuberose.
Ragazzo di campo
semina nel vento
i germogli per un cuore
infelice e scontento...
Il giovane mise il sacchetto tra le mani della ragazza, ma lei parve non vederlo
ed allora lui con tanta pazienza lo riprese e parlando dolcemente si mise a spiegare
che lì dentro c'era un pezzetto di futuro, colori che gli occhi avrebbero visto
le fragranze che le narici avrebbero catturato.
E mentre diceva queste cose, cominciò a spargere piccoli semi scuri e sottili ed altri
chiari e rotondi ed altri ancora dalla forma allungata.
La principessa pensò che questo principe verde era diverso perché le aveva portato
doni che non si vedevano ma che era bello immaginare, meraviglie future contenute
in minuscoli, insignificanti frammenti.
Una finestrella piccola piccola si aprì lentamente nel suo cuore serrato facendosi
sempre più grande mano a mano che le parole del giovane cadevano nel bianco
silenzio del mattino.
Erano parole verdi di speranza, piene di domani e accese di futuro che ruzzolavano
come capriole gioiose sul cuore della povera giovane.
Il ragazzo verde mentre parlava, lanciava i semi sulle zolle accompagnandoli con
larghi gesti del braccio e della mano, quasi fosse un rito.
La principessa, che non aveva mai visto niente del genere, si trovò a pensare che
davvero questo principe era diverso dagli altri.
Continuò a guardarlo anche mentre liberava le zolle dalle pietra che appesantivano
raccogliendole ad una ad una e disponendole poi con garbo tutt'intorno al perimetro
di terreno che aveva seminato.
Ad ogni pietra raccolta, il cuore della ragazza si alleggeriva sempre più, come
liberandosi dei pesanti macigni che lo opprimevano.
Zolla di terra
goccia di nube
raggio di sole
viso di fiore...
I giorni passano, le settimane pure.
Ogni pomeriggio il ragazzo verdevestito andava nel campo vicino al castello a
trovare i suoi semi e la principessa.
innaffiava, conciamva e sempre raccontava di colori e bagliori, di splendori e odori,
finchè un giorno i semi cominciarono a germogliare.
La pioggia e il sole li avevano alimentati con le loro ricchezze invisibili e un mattino
all'improvviso fu tutto uno sbocciare di boccioli, un aprirsi di corolle, un impazzire
di api.
In men che non si dica, la principessa si trovò circondata da un anello fiorito il
quale formava la più bella aiuola che si fosse mai vista.
Richiamato dal risveglio dei suoi semi, arrivò il ragazzo verde.
Vedendo quella macchia ondeggiante, corse più del solito e giunse trafelato giusto in
tempo per scorgere il primo sorriso della principessa inebriata da quella confusione
naturale.
Il cuore della PRINCIPESSA PETROSA si era del tutto liberato dagli oscuri strati
che lo imprigionavano e nell'abbraccio in cui la strinse il giovane, cominciò a battere
come un qualunque piccolo, palpitante, allegro cuore di ragazza.
Zolla petrosa
aiuola fiorita
sboccia l'amore
sorride la vita....
Così la principessa tornata ormai VANESSA, prese il ragazzo per mano e lo portò al
castello presentandolo al padre come PRINCIPE VERDE.
Il re che non aveva mai visto sua figlia sorridere nè così piena di vita, si affrettò ad
accoglierlo come genero perché chiunque egli fosse, meritava il giusto premio per
quanto aveva fatto.
Vennero organizzate le nozze più fiorite del secolo e più profumate del millennio.
Il PRINCIPE VERDE costruì un bel castello proprio là, su quel pezzo di terra in
cui era cresciuto il loro amore e dove ancor oggi continuano a crescere fiori su fiori e
dove la gente vive tuttora felice e anche contenta.
Favola di marzo
storia di primavera
si dice che tu sia
anche un po' vera.........
Brezza
BIAGIO E LE CICALE CANTERINE
C'era una volta, in un paese chiamato Buonriposo, un re, di nome Beatosonno, che dormiva soltanto se cantavano le cicale. E infatti d'estate, quando le cicale riempivano di musica il regno, il re faceva lunghe dormite sotto gli alberi del parco della sua reggia o nel primo posto che gli capitava.
Ma, finita l'estate, le cicale non cantavano più e con l'autunno cominciavano i problemi perché il re, che non riusciva più a chiudere occhio, se la prendeva con i sudditi, i quali, poveracci, di quella storia non ne potevano proprio più.
Per fortuna un buonuomo di nome Biagio si offrì di procurare al re le cicale necessarie a conciliargli il sonno e il re gli promise che, se ci fosse riuscito, l'avrebbe ricoperto di oro e di regali. Così Biagio partì verso la foresta degli alberi sempreverdi, dove l'estate non finisce mai. Con sé portava solo una rete sottile e delicata, perché le cicale sono animali piccoli e delicati.
Cammina cammina, Biagio pensava che con la ricompensa promessagli dal re avrebbe potuto comprare un bel regalo per la moglie e un paio di scarpe per il suo bimbo, che ora andava scalzo e si pungeva i piedi con le spine dei rovi. Era tanto preso dai suoi pensieri che non si accorse di un formicaio, dove mise un piede. Le formiche rosse si aggrapparono alla sua scarpa e cominciarono a rosicchiare. Quando ebbero mangiato metà scarpa addentarono il piede del povero Biagio.
- Ahi ahi ahi - si lamentò - chi mi mangia il piede?
Si accorse solo allora che mezza scarpa era stata mangiata dalle formiche rosse, che ora gli mordevano il piede, e saltò prontamente dentro una pozzanghera. Le formiche mollarono scarpa e piede e, per non affogare, nuotarono velocemente fuori dall'acqua.
Biagio continuò per la sua strada e giunse a un campo coltivato a melanzane.
Aveva fame e, senza perdere tempo, ne raccolse e addentò una. Qualcosa lo colpì in testa.
Ahi ahi ahi, pensò, il padrone dell'orto mi bastona perché ho preso un frutto senza chiederlo. Si guardò indietro per domandare perdono, ma non vide nessuno.
Urtò però contro i rami di un albero carico di pere e capì che, una di queste, cadendo dall'albero, l'aveva colpito proprio in mezzo alla zucca. Sollevò la testa per ringraziare il cielo per la fortuna e, proprio in quel momento, un'altra pera si staccò dall'albero e gli finì dritta in bocca.
- Ah, proprio buona - disse Biagio, ormai rassicurato che non ci fosse il padrone dell'orto.
Riprese il cammino verso la foresta degli alberi sempreverdi e finì di mangiare la pera proprio mentre entrava in un orto di meloni. Era la prima volta che li vedeva.
Che strane cose gialle e verdi, pensò. Devono essere uova. Ne prendo una e la porto al mio bimbo. Sono sicuro che da quest'uovo nascerà un pollo più grande di un'aquila e di un bue, e tutti mi invidieranno.
Con il melone in una mano e la rete nell'altra, Biagio arrivò al fiume, che bisognava superare per arrivare alla foresta. Le grandi piogge avevano però trascinato via il ponte e quindi bisognava attraversare il fiume a nuoto. Biagio però non sapeva nuotare.
Vide un ippopotamo immergersi nell'acqua e, senza pensarci sopra, gli salì in groppa pensando che l'avrebbe portato all'altra riva. Ma l'ippopotamo, arrivato in mezzo al fiume, si fermò e si mise a dormire.
- Svegliati, stupido - gli disse Biagio, ma l'ippopotamo non si mosse. - Oh, santo cielo protettore dei cacciatori di cicale - pregò Biagio - aiutami tu ad arrivare a riva.
Così si buttò in acqua ma, non sapendo nuotare, camminò sul letto del fiume a occhi chiusi e si ritrovò nel punto da cui era partito. Disperato per l'accaduto e tuttavia desideroso di mantenere fede agli impegni presi con il re, Biagio decise di risalire il fiume fino alla sorgente, scendendo poi dall'altra riva.
Il tempo passava, e Biagio sentì fame. Nel fiume c'erano grossi pesci e, con la rete, ne pescò uno. Ne prenderò un secondo, si disse Biagio, poi riprenderò la mia strada. Ma alle spalle di Biagio apparve un orso grande e grosso. Agli orsi, si sa, piacciono i pesci, e il bestione si avvicinò. Biagio indietreggiò per lo spavento e si ritrovò in mezzo al fiume, trascinato dalla corrente. A un certo punto sbatté contro un ostacolo.
Devo essere giunto a riva, pensò. Invece aveva urtato contro l'ippopotamo che, al colpo, si era svegliato. Il bestione gli ruggì come fosse un leone e Biagio, senza saperlo, si ritrovò fuori dal fiume, sulla riva dove da un pezzo cercava di arrivare.
- Finalmente - esclamò, e in un attimo dimenticò tutte le sue disavventure.
Camminò spedito, con la rete e il melone, e in breve arrivò alla meta, alla foresta degli alberi sempreverdi. L'aria era tiepida, gli uccellini cantavano e dai rami degli alberi pendevano fiori e frutti. Le cicale cantavano e il loro coro risuonava per l'intera foresta.
Biagio, in pochi istanti, ne riempì la rete e la portò al re, il quale ne fu felice e gli fece grossi regali, che Biagio portò alla moglie. Cammin facendo, comprò anche le scarpe per il suo bimbo.
Il re Beatosonno si addormentò subito, dormì per molte ore e si svegliò senza il solito mal di testa. Però... però le cicale non cantavano più. Il re ordinò alle guardie di portargli subito Biagio.
- Le cicale non cantano - gli disse. - Che storia è questa?
Biagio guardò le cicale e si meravigliò di quel che vide: erano tutte schierate in fila, dinanzi a una cicala più grossa, che doveva essere il loro comandante.
- Forse hanno fame - suggerì.
Il re fece portare carne e pesce arrosto, frutta e insalata, ma le cicale non vollero neanche sentirne l'odore. La cicala più grande guardò con sdegno il re e mormorò qualcosa. Biagio non conosceva la lingua delle cicale, ma riuscì a capire.
- Il re delle cicale - spiegò al re Beatosonno - chiede la libertà per sé e per i propri sudditi. Dice che quando uno è prigioniero è triste e per questo motivo non è in grado di cantare.
- Digli che non posso - rispose il re - altrimenti, per mancanza di sonno, io morirò.
Allora le cicale cantarono in coro, ma il loro verso fu così acuto che sembrò un grido di aiuto. Un istante dopo due aquile grandi come due mucche entrarono dalla finestra. Una sollevò la rete delle cicale, l'altra il re, e volarono, volarono sopra le nuvole, verso la foresta degli alberi sempreverdi. Il re e le cicale furono posati per terra, e le cicale, liberate, ripresero a cantare.
- Ah, che beatitudine - esclamò il re finalmente felice - questa sì che è vita!
Il re Beatosonno decise di vivere per sempre in quella foresta e i suoi sudditi, quando lo seppero, apprezzarono molto quella decisione e, per evitare che al loro re venisse la voglia di tornare, gli portarono ogni giorno carne e pesce arrosto e insalata già condita.
Da allora il re visse felice e contento. E anche i suoi sudditi riuscirono ad avere sonni tranquilli.
Brezza
LA FAVOLA DI CANDIDO
Forse voi avete in casa la statua di uno zio famoso, o di un santo, e nella vostra città, in piazza, quella a un soldato, un generale o un marinaio. Qualche volta fanno la statua del generale a cavallo, ma sicuramente non vi è mai capitato di vedere la statua di un coniglio, di un vitello o di un pellicano.
Se vi dico che conosco un posto dove c'è una statua con un agnello e un'aquila non datemi del bugiardo, perché mi offenderei e non vi racconterei questa storia. Il paese che dico è molto lontano da qui e la statua c'è, grande e grossa, in cima a una roccia altissima. Vi racconterò anche il motivo per il quale quella statua è stata scolpita, e non importa se da allora sono passati mille e mille anni.
Si era alla fine dell'autunno: gli agnelli correvano allegri sul prato verde e le madri pascevano l'erbetta fresca. Ogni tanto davano un'occhiata ai loro piccoli, poi riprendevano a brucare e a chiacchierare.
All'improvviso un'aquila scese dal cielo e piombò sul gregge.
- Scappa, scappa! - urlarono in coro le madri ai piccoli.
Il branco di agnelli, spaventatissimo, si sparse in tutte le direzioni e le madri tremarono sapendo che i loro piccoli erano le prede preferite dai rapaci.
La madre di Candido belò più forte delle altre e fece anche il tentativo di avvicinarsi. L'aquila e Candido ora erano immobili, l'una di fronte all'altro.
- Tu voli - disse Candido sollevando la testa, senza mostrare alcuna paura.
- E tu non scappi come gli altri - disse l'aquila.
- Piacerebbe anche a me volare un po' - esclamò Candido - ma non so come si fa.
Non me l'ha insegnato nessuno.
Un istante dopo Candido pensò alle parole dell'aquila e gli parve di essere stato scortese per non aver risposto.
- Scusami - disse - tu mi hai chiesto perché non scappo come gli altri, e non ti ho dato risposta. Io non so perché gli altri scappano e non so perché anch'io dovrei scappare.
- Non importa - rispose l'aquila - mentre ti ascoltavo ho capito il motivo.
- Tu non hai il manto bianco - osservò Candido - ma delle piume lucide e nere.
Come mai?
- Noi tutti nasciamo sulla terra gli uni diversi dagli altri. È questo il motivo.
- Ti tengono molto caldo?
- Mi tengono caldo e mi aiutano a volare. Tu hai invece un bel manto candido.
Dev'essere davvero morbido.
- Infatti il mio nome è Candido. E tu?
- Io cosa?
- Come ti chiami?
- Celeste Aquila Reale.
- Ma sono tre nomi.
- Nella nostra famiglia ci chiamiamo tutti Aquila Reale. È il cognome. Poi c'è il nome. Io mi chiamo Celeste, mio padre Arcobaleno, mia madre Nuvola. Il tuo nome completo dev'essere Candido Ovino. Giusto?
Candido scosse la testa pensoso. Gli avevano insegnato il nome, ma del cognome nessuno gli aveva mai detto niente.
- Celeste Aquila Reale - disse Candido pensoso - se vuoi potremo diventare amici. Se a te non spiace.
Celeste restò in silenzio, osservando quell'ingenuo batuffolo di lana morbida dinanzi ai suoi occhi.
- E potresti insegnarmi a volare - aggiunse Candido.
Celeste non sapeva proprio cosa rispondere e restò ancor più in silenzio.
- Potresti insegnarmi a volare - ripeté Candido - se a te non spiace.
Aquila Reale emise un grosso sospiro, perché si trovava in una situazione che non gli era mai capitata nella sua lunga vita.
- Va bene - disse dopo un po' - ti farò volare. Ma è che tu non hai le ali, quindi dovrò portarti io.
- Da solo non posso volare?
- Non hai le ali. Per questo non puoi.
- Ma mi porterai in volo con te?
- Lo farò - disse l'aquila.
- Sono felice di averti incontrato - disse l'agnello.
- Senti - disse Celeste - ora mi sollevo da terra, e ti prendo con le mie zampe. Va bene? Ma non spaventarti quando saremo in alto nel cielo.
- Non mi spaventerò - rispose semplicemente Candido.
L'aquila batté forte le ali, si sollevò un po' e abbrancò l'agnello con le sue zampe.
- Ahi - disse Candido - mi fai male!
Celeste lo depose immediatamente a terra. Non aveva pensato che gli artigli, stringendosi sulla groppa del batuffolo bianco, avrebbero potuto far male.
- Senti - disse - se vuoi volare devi salirmi in groppa. Ma devi tenerti molto bene, capito?
Candido fece un cenno di assenso, e Celeste fece salire Candido sul suo dorso, ordinandogli di porre le zampe anteriori davanti all'attaccatura delle ali e quelle posteriori dietro.
- Dovrai tenerti molto stretto - consigliò Celeste.
- Mi terrò molto stretto - rispose Candido. - Ora possiamo volare?
- Ora voliamo - rispose l'aquila.
Celeste batté forte le ali, l'erba verde ondeggiò e il branco di pecore belò terrorizzato verso di loro. L'aquila volò verso il cielo.
- Tieniti stretto forte - ripeté Celeste.
- Mi tengo fortissimo - rispose Candido.
Ora la terra si allontanava, gli agnellini avevano ripreso a correre, molte pecore guardavano ancora verso l'alto, ma erano ormai diventate piccoli puntini bianchi e non si sentivano più belare. Sopra la sua testa Candido vedeva un cielo luminoso mentre, sotto, i campi diventavano piccolissimi, sembravano segnati da solchi e da rivoli, e più avanti i prati si alzavano verso l'alto.
Non abituato a volare, il piccolo agnello aveva paura di sporgersi di lato per guardare meglio e stringeva con tutte le sue forze le zampe attorno al corpo dell'aquila. Le ali continuavano a battere l'aria.
- Cosa sono - chiese Candido - quelle cose davanti a noi?
- Quali cose?
- Quelle che vanno in alto. - Il cuore di Candido era pieno di stupore per cose mai viste e mai immaginate.
Celeste guardò se ci fossero stormi di rondini o di gabbiani in volo, ma non ne vide.
- Quali cose? - chiese ancora.
- Quelle cose alte, là in fondo.
- Ah, tu dici i monti. I monti sono grandi prati coperti di erba e di alberi che corrono verso il cielo. Alle volte lo toccano.
- Mi porterai fin là?
- Ti porterò fin là - rispose paziente l'aquila.
Le ali continuarono a battere, poi restarono immobili, sospese nell'aria.
Eppure Celeste volava e l'aria frizzante avvolgeva il muso di Candido.
- Non cadremo - chiese Candido - se non muovi le ali?
- Non cadremo - rispose Celeste - perché l'aria ci sostiene. Ah, ecco laggiù la mia casa.
La montagna era altissima, Candido non ne aveva mai vista una, e i prati, visti da lassù, erano irriconoscibili.
- Hai la casa quassù? - chiese Candido.
- E ci sono i miei piccoli che aspettano.
L'aquila volò verso il basso, rallentando la sua corsa nei cieli. Su un picco, in un angolo riparato da un grande masso, tre aquilotti sentirono il battito conosciuto delle ali della madre e gridarono, con la testa verso l'alto e il becco spalancato, il loro richiamo. Aspettavano il loro cibo.
- Anche loro hanno le ali - si sorprese a dire Candido.
- Gli stanno crescendo - rispose Celeste.
- Un giorno voleranno come te?
- Un giorno. Ma se non gli porto da mangiare, non cresceranno e non voleranno.
- Forse ti ho fatto perdere tempo - disse Candido.
- Non importa - rispose l'aquila.- Ora ti riporto sul tuo prato.
Cambiò direzione, batté forte le ali e tornò indietro. Sul loro cammino incontrarono una nuvola bianca, con tanti riccioli, come la pelliccia di un giovane agnello, e a Candido, quando la attraversarono, sembrò fosse calato il buio. Poi il sole brillò ancora luminoso e il cuore di Candido si scaldò di gioia.
Nel giro di pochi istanti la montagna svanì, la terra tornò grande e il belare delle pecore giunse fino a lui.
L'aquila si posò dolcemente a terra.
- Bene - disse - ti ho fatto volare.
Candido si sentì commosso. Commosso per l'esperienza vissuta e per la cortesia di Celeste Aquila Reale, che l'aveva portato in mezzo al cielo. Voleva ringraziare la sua amica, ma non riusciva a trovare le parole adatte.
- Grazie - disse semplicemente.
Celeste comprese l'impaccio dell'agnellino, ma fece finta di niente.
- Bene - ripeté - ti ho fatto volare. Ora però devo correre dai miei piccoli. - Sbatté forte le ali. - Ti saluto - aggiunse.
Le ali solcavano l'aria e l'aquila socchiuse un attimo gli occhi per pensare.
Io, si disse, sono un predatore, non un aereo di linea. Io predo conigli e agnelli. Cosa mai mi è successo con Candido? Qualcosa era successo, anche se non sapeva cosa. Ne avrebbe parlato col suo medico.
Gli occhi acuti scrutarono verso il basso. Una lepre, un coniglio, a Celeste serviva qualcosa da portare nel nido, ai suoi aquilotti. Qualcosa che fosse lontano da Candido, per favore.
Il sole proiettò sul prato verde l'ombra del padrone dei cieli che tornava nel suo regno, ma non proiettò i suoi pensieri.
Agnelli e pecore corsero un istante dopo accanto a Candido. Anche Bianchina, la sua mamma, incredula per l'accaduto e felice che il piccolo fosse sano e salvo.
Lo lisciarono, lo leccarono, gli accarezzarono il manto bianco, ma non riuscirono a mettere in riga due ciuffi bianchi di lana che si ergevano là dove Celeste in un primo momento aveva stretto gli artigli. I due ciuffi rimasero ribelli.
- Forse mi spunteranno le ali - pensò Candido guardandoli con piacere. Poi tornò a correre con i compagni e la brezza sul muso lo inebriò: gli sembrava di volare ancora.
L'aquila non tornò più, ma ogni tanto fu vista volare alta in cielo emettendo grossi richiami. Candido allora allungava il collo, sollevava il muso e rispondeva.
Author: Wilde Oscar
Title: AMICO DEVOTO (L')
Subject: ENGLISH FICTION (823)
L'AMICO DEVOTO
Un mattino il vecchio Topo di fogna cacciò la testa fuori della sua tana. Aveva due occhi vispi e tondi come perline e rigidi baffi grigi, e la sua coda assomigliava a un lungo pezzo di gomma nera. Gli Anatroccoli stavano nuotando nello stagno, simili in tutto e per tutto a una frotta di canarini gialli, e la loro mamma, che era di un bianco candido e aveva due vere gambe rosse, cercava di insegnargli a stare ritti con la testa nell'acqua.
- Non potrete mai entrare nella buona società se non imparerete a stare ritti sulla testa, - seguitava a ripetere ai suoi bambini, e di tanto in tanto mostrava loro come dovevano fare, ma gli Anatroccoli non le davano retta; erano cosi giovani che non avevano la minima idea del vantaggio che si può avere a frequentare la buona società.
- Che bambini disobbedienti! - gridò il vecchio Topo di fogna; - meriterebbero proprio di morire annegati!
- Neanche per sogno! - ribatté la Mamma Anatra, - tutti devono imparare, e bisogna che i genitori si armino di una grande pazienza.
- Ah io non so nulla di quel che provano i genitori, - disse il Topo di fogna; - personalmente non sono un tipo adatto a mettere su famiglia: infatti non mi sono mai sposato, e mi guardo bene dal farlo. L'amore a modo suo è una bellissima cosa, ma l'amicizia è molto superiore. Francamente trovo che non esista niente al mondo che sia più nobile o più prezioso di un'amicizia devota.
- Per favore, vuoi dirmi qual è il tuo punto di vista circa i doveri di un amico devoto? - gli domanda un Fanello verde, che era rimasto appollaiato su un salice lì vicino, e aveva inteso la conversazione. - Già, anche a me piacerebbe saperlo, - disse l'Anatra, e nuotò sino all'estremità opposta dello stagno, mettendosi in testa onde dare ai suoi bambini un buon esempio. - Che domanda stupida! - esclamò il Topo di fogna. - Pretenderei che il mio amico devoto fosse devoto a me, si capisce! - E tu che cosa gli daresti in cambio? - domandò l'Uccellino, dondolandosi su un ramo argenteo, e battendo le sue minuscole ali.
- Non ti capisco, - rispose il Topo di fogna.
- Se permetti, ti racconterò una storia in proposito, - disse il Fanello.
- È una storia che riguarda me? - chiese il Topo di fogna. - In questo caso l'ascolterò volentieri, perché i racconti immaginari mi piacciono moltissimo. - Be', si può adattarla al caso tuo, - replicò il Fanello. E, sceso a posarsi sulla sponda dello stagno, cominciò a raccontare la storia dell'Amico Devoto.
- C'era una volta, - incomincia il Fanello, - un bravo omino che si chiamava Hans. - Era una persona distinta? - chiese il Topo di fogna. - No, - rispose il Fanello, - credo anzi che non fosse affatto distinto, tranne che per il suo buon cuore e per la sua buffa faccia tonda e sempre di buon umore. Abitava in una casettina piccina piccina tutto per conto suo, e ogni giorno lavorava nel suo giardino. In tutta la contrada non.esisteva un giardino bello come il suo. Vi crescevano garofanetti selvatici e violacciocche, borse di pastore e belle di Francia, rose di Damasco e rose gialle, crochi color gridellino e oro, viole bianche e porporine, aquilegie e mantelli di dama; la maggiorana e il basilico selvatico, la primula e il fiordaliso, l'asfodelo e i chiodi di garofano vi sbocciavano o fiorivano nel loro giusto ordine a seconda dell'avvicendarsi dei mesi. Ogni fiore prendeva il posto di un altro fiore, cosicché vi erano sempre cose belle da vedere, e grati profumi da odorare. . Il piccolo Hans aveva moltissimi amici, ma di tutti il suo amico più affezionato era il grosso Hugh il Mugnaio. Il ricco Mugnaio infatti era talmente affezionato al piccolo Hans che non osava passare mai dal giardino di questi senza sporgersi oltre il muro di cinta e cogliere o un gran mazzo di fiori, o una manciata di erbe aromatiche, oppure senza riempirsi le tasche di susine e di ciliege se era la stagione delle frutta.
- I veri amici devono aver tutto in comune, - soleva dire il Mugnaio, e il piccolo Hans faceva cenno di sì col capo e sorrideva, e si sentiva molto orgoglioso di avere un amico di idee tanto nobili.
Talvolta, a dire il vero, i vicini trovavano strano che il ricco Mugnaio non desse mai nulla in cambio al piccolo Hans, benché nel suo mulino avesse riposti più di cento sacchi di farina, e possedesse sei mucche da latte, e un grande gregge di pecore lanose, ma Hans non si tormentava mai il cervello con problemi di questo genere, e nulla gli dava maggior piacere che ascoltare tutte le cose meravigliose che il Mugnaio soleva narrare intorno al disinteresse e all'altruismo della vera amicizia. - Così il piccolo Hans lavorava di lena nel suo giardino. Durante la primavera, l'estate e l'autunno era felice e contento, ma quando veniva l'inverno e non aveva né fiori né frutta da portare al mercato, allora soffriva parecchio per il freddo e la fame, e spesso era costretto ad andare a letto avendo mangiato per tutta cena soltanto qualche pera secca o un pugno di noci dure. D'inverno poi era tutto solo poiché il Mugnaio non si recava mai a fargli visita. - È proprio inutile che io vada a trovare il piccolo Hans fin quando dura la neve, - soleva dire il Mugnaio alla moglie, - perché quando la gente è nei guai è molto meglio lasciarla in pace senza seccarla con le visite. Questo almeno è il mio punto di vista dell'amicizia e sono sicuro di essere nel giusto. Perciò aspetterò che arrivi la primavera: allora andrò a trovarlo, e lui sarà in grado di darmi un grosso cesto di primule, e questo lo farà felice - Come ti preoccupi per gli altri! - gli rispondeva la moglie, seduta in un'ampia e comoda poltrona presso il gran fuoco di legna di pino: - davvero non fai che pensare al tuo prossimo! È una vera festa sentirti parlare! Sono convinta che nemmeno il pastore saprebbe dire cose più belle di te, e sì che abita in una casa di tre piani, e porta al dito mignolo un anello d'oro! Ma non potremmo invitare il piccolo Hans qui a casa nostra? - disse un giorno il figlio minore del Mugnaio. - Se il povero Hans è nei guai io potrei dargli metà della mia zuppa d'avena, e potrei mostrargli i miei conigli bianchi.
- Che ragazzo sciocco, sei! - gridò il Mugnaio. - Non so proprio a che cosa serva mandarti a scuola! Mi sembra davvero che non t'insegnino un bel nulla! Perbacco, se il piccolo Hans venisse qui e vedesse il nostro camino caldo, e la nostra buona cena, e la nostra grossa botte di vino rosso potrebbe diventare invidioso: ora l'invidia è un difetto orribile che guasterebbe il carattere di chiunque, mentre io non permetterò mai che il carattere di Hans si guasti. Come suo migliore amico, devo avere continuamente cura di lui, e stare bene attento a che non cada in tentazioni di nessun genere. Del resto, se Hans venisse qui potrebbe chiedermi di dargli della farina a credito, cosa che non potrei assolutamente fare, perché la farina è una cosa, e l'amicizia è un'altra e non bisogna confonderle. Perbacco: sono due parole che si pronunciano in modo completamente diverso, e significano due cose diversissime! Lo capirebbe chiunque!
- Come parli bene! - disse la Moglie del mugnaio, versandosi un gran bicchiere di vino caldo; - mi sento tutta piena di sonno: è proprio come essere in chiesa!
- Un sacco di gente sa comportarsi bene, - replicò il mugnaio, - ma pochissima parla bene, il che dimostra come parlare sia delle due la cosa assai più difficile, e la più bella, per giunta! - E lanciò dall'altra parte della tavola un'occhiataccia severa al suo bambino, il quale provò tanta vergogna di quel che aveva osato dire, che chinò il mento sul petto, si fece rosso rosso in viso e si mise a piangere entro la sua tazza del tè. Comunque era tanto piccolo che dovete scusarlo.
- La storia finisce qui? - domanda a questo punto il Topo di fogna.
- Ma no, - ribatté il Fanello, - questo non è che il principio.
- Allora tu sei molto indietro coi tempi, - osservò il Topo di fogna. - Ogni cantastorie che si rispetta, oggigiorno, incomincia dalla fine e poi ritorna al principio, concludendo con la metà. Questo è il nuovo metodo Ho imparato tutto sull'argomento l'altro giorno, da un critico che passeggiava attorno allo stagno in compagnia di un giovanotto. Trattò dell'argomento a lungo, e sono sicuro che doveva aver ragione, poiché era calvo e portava un paio di occhiali scuri, e ogni volta che il giovanotto faceva un'osservazione, lui rispondeva invariabilmente: Puah! Ma continua il tuo racconto, ti prego, perché il Mugnaio mi piace immensamente. Ho anch'io una gran quantità di sentimenti bellissimi, perciò tra me e lui esiste una profonda affinità.
- Dunque - riprese il Fanello, saltellando ora su una zampetta, ora sull'altra, - non appena l'inverno ebbe fine e le primule incominciarono a schiudere le loro pallide stelle gialle, il Mugnaio disse alla moglie che sarebbe andato a far visita al piccolo Hans.
- Hai proprio un gran buon cuore! - esclamò la moglie; - tu pensi sempre agli altri. E non dimenticare di portarti con te il grosso cesto per i fiori!
- Perciò il Mugnaio legò insieme le pale del suo mulino a vento con una solida catena di ferro, e scese giù per la collina con il paniere sotto braccio.
- Buon giorno, piccolo Hans, - disse il Mugnaio.
- Buon giorno, - rispose Hans, appoggiandosi sulla sua vanga, con un sorriso che gli fendeva la faccia da un orecchio all'altro.
- Come te la sei passata quest'inverno? - gli chiese il Mugnaio.
- Oh, ecco, - esclamò il piccolo Hans, - sei molto buono a domandarmelo, molto buono davvero! Purtroppo temo di aver passato dei momenti un po' difficili, ma adesso è venuta la primavera e io sono tanto contento perché i miei fiori promettono benissimo.
- Abbiamo parlato spesso di te, quest'inverno, Hans, - disse il Mugnaio, - e ci siamo chiesti tante volte come stavi.
- Questo è stato veramente molto carino da parte vostra, - rispose Hans; - avevo una mezza paura che vi foste dimenticati di me.
- Hans, mi meraviglio di te! - esclamò il Mugnaio, - l'amicizia non dimentica mai. Questo è il suo indescrivibile pregio, ma temo tu non comprenda la poesia della vita. A proposito, come sono belle le tue primule!
- Si, sono proprio belline davvero, - replica Hans, - ed è una vera fortuna per me averne tante. Ho intenzione di portarle al mercato e di venderle alla figlia del Borgomastro, cosi col danaro che ne ricaverò potrò ricomprarmi la mia carriola.
- Ricomprarti la tua carriola? Non vorrai mica farmi credere che l'hai venduta? Che stupidaggine hai commessa!
- Ecco, il fatto è, - gli spiegò Hans, - che sono stato costretto a venderla! Capisci, l'inverno è stato per me un periodo molto duro, e non avevo nemmeno soldi a sufficienza per comprarmi il pane. Cosi dapprincipio ho venduto i bottoni d'argento del mio vestito della festa, poi ho venduta la mia catena d'argento, poi ho venduto la mia grossa pipa, e infine ho venduto la mia carriola. Ma adesso a poco a poco riscatterò tutte le mie cose.
- Hans, - disse il Mugnaio, - ti darò io la mia carriola. Non è in gran buono stato; per dire la verità ha tutto un fianco che non esiste più, e c'è qualcosa che non va coi mozzi delle ruote, ma nonostante ciò te la darò lo stesso. Lo so che è un gesto molto generoso da parte mia, e molta gente mi giudicherà pazzo a separarmene, ma io non sono come gli altri; io ritengo che la generosità sia l'essenza dell'amicizia, e d'altronde per me mi sono già comperato una carriola nuova. Si, si, mettiti pure il cuore il pace: ti darò la mia carriola.
- Oh, grazie, come sei generoso! - esclamò il piccolo Hans, e la sua buffa faccia rotonda luccicò tutta di gioia. - L'aggiusterò facilmente, poiché ho giusto un'asse di legno in casa!
- Asse di leg...


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⇒Dodano: 2008-12-17 20:51:54
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Autor: majka100100


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